Cara Giada, grazie per il tuo commento, proponi una domanda interessante e su cui ci sarebbe (ci sarà) occasione per discutere e confrontarsi. Il "giudizio", per come ne parliamo in questa sessione, consiste nella "rappresentazione" che ci facciamo di un certo sentire: "leggiamo" la risposta orchestrale dell'organismo e ne traiamo una "impressione" (così, i brividi che ci suscita l'incontro con qualcuno, per esempio, verranno interpretati dalla mente in un modo o in un altro, ora positivo ora negativo, ora rassicurante ora minaccioso, ecc). Si aggiunge poi il fatto che (come vediamo meglio nel capitolo su samskara) la stessa riposta orchestrale del nostro organismo è sempre condizionata dalla nostra storia, dai nostri valori e idiosincrasie, va da sé che anche quel livello di percezione corrisponde a una mappa, a un'interpretazione sempre soggettiva dell'esperienza, e non a una percezione diretta della realtà. 👇🏻
Ha risposto su Citta - il plesso della cognizione
11 apr 10:57
Giada Rizzi In conclusione, ogni esperienza (verbale o preverbale) è il frutto di un'interpretazione, la differenza la può fare proprio la nostra consapevolezza, che sa prendere atto di tale esperienza per quello che è: osservando le risposte orchestrali dell'organismo e sapendo riconoscere "le aggiunte" che la cognizione mette in campo.Come ci insegnano le diverse filosofie, la cognizione ha un enorme potere "cinematico" e il dato sensibile viene sempre accompagnato da una proiezione. Lungo questa strada, lo yoga nel tempo ci insegna a ripulire la nostra cognizione dalle credenze e, così l'esperienza, più libera dalla tendenza presuntuosa della mente (di ogni essere umano!), può apparirci via via più liberamente, con uno sguardo libero, non coinvolto e intuitivo ✨Spero di essermi spiegata, grazie ancora per la riflessione proposta ♥️